La caccia alle streghe in Val Poschiavo

Processo alle streghe

Come molti dei territori di montagna, anche la Val Poschiavo vanta di tradizioni folkloristiche che sono arrivate a noi sotto forma di storie e favole, e che rivelano non solo un intreccio di culture e credenze, e voci proveniente dal passato, ma anche importanti dati storici. La caccia alle streghe, ad esempio, è un fenomeno registrato da diversi documenti conservati negli archivi e che ancora oggi suscita particolare interesse.

“C’era una vecchia con il collo ingrinzito e gli occhi fuori dalle orbite, e quando venne decapitata, stupì tutti con un sortilegio singolare: nel momento in cui le fu tagliata la testa, gliene spuntarono altre 2, identiche alla prima. E la mattina dopo la sua casa venne trovata rasa al suolo e bruciata. L’ultimo atto di stregoneria di una povera sciagurata”.

Questo raccontano i nonni della vallata, così come la storia del folletto dell’Alpe di Soazza, conosciuto come una creatura soprannaturale che si diverte a fare scherzi e qualche piccolo danno. Come quando entrava nelle cascine e faceva suonare la campana della mangiatoia, o quando non permette al latte di coagulare, ritardando così il processo di lavorazione della ricotta. Un vero e proprio pinin, un dispettoso.

Ma quello che incuriosisce di più è l’atto di stregoneria, forse per via delle fasi del processo, per le false accuse e l’eccessiva tortura usata ai danni di povere donne contadine.

La superstizione in Val Poschiavo

stregoneriaLa caccia alla streghe in Val Poschiavo terminò poco dopo la metà del Settecento, dopo circa 120 anni di credenze. Gli abitanti della valle continuarono a credere all’esistenza di quelle donne con poteri malvagi, il cui scopo era quello di distruggere il territorio. E la loro convinzione fu talmente forte da influenzare le stesse inquisite, che, non riuscendo più a resistere alla violenza e ai dolori inflitti dalle torture, ammisero la loro colpevolezza. Nonostante si ritenessero vittime di grave errore giudiziario, l’idea che il demonio si fosse impossessato dei loro corpi non le lasciò indifferenti, e qualcuna arrivò addirittura a comprendere, in un certo senso, il consenso popolare nei confronti delle atroci pratiche attuate per sradicare il male.

La stregoneria come pretesto religioso

Nonostante la stregoneria fosse un crimine che andava denunciato e perseguitato, nella seconda metà del 1600 si diffuse la tendenza di usare questa scusa per colpire membri di altre religioni.

Degna di nota è la figura di Bernardo Giuliani, pastore riformato e parroco della chiesa di Poschiavo tra il 1650 e il 1700, che protestò pubblicamente contro l’accusa di stregoneria da parte cattolica nei confronti di alcune donne facenti parte delle chiese riformate di Brusio e di Poschiavo. Il dovuto rigore con cui le pratiche malvagie delle streghe andavano segnalate alle autorità, evidentemente, sfuggì di mano a qualche prete, che ne approfittò per tentare di infangare il credo dei protestanti.

Accuse, denunce e indagini

Secondo quanto stabilito da un decreto delle Tre Leghe, per avviare un’indagine era sufficiente anche un semplice sospetto di stregoneria. Il podestà, insieme al cancelliere, iniziava così a raccogliere le testimonianze dei parenti e dei vicini di casa, e se trovava almeno 5 accusatori, poteva avviare un procedimento penale. La veridicità del fatto non veniva verificata, in quanto un evento veniva considerato vero se riportato da più persone.

Gli Statuti di Poschiavo del 1550 recitavano: “È anchora statuito, et ordinato, che se alcuna persona haverà commesso alcun maleficio, et che bisognasse procedere contra quello delinquente, o sia incolpato di maleficio, che esso tale, contra il quale si procede per accusa, denontiatione, o sia inquisitione…”.

Raccolte tutte le prove, si convocava il tribunale per valutare l’arresto della presunta strega. La sospettata veniva interrogata prima de plano, cioè senza che si ricorresse alla tortura, con domande mirate per far sì che si tradisse e confessasse la sua colpa. In caso di rifiuto, si passava alla tortura, considerata come unico modo per far sì che il demonio uscisse dal corpo della donna.

Tortura e confessione

RogoDopo essere stati legati dietro la schiena, i polsi venivano attaccati ad una carrucola, che sollevavano il corpo da terra, procurando la slogatura delle braccia. Talvolta venivano scottate con fuoco le piante del corpo delle imputate, per il semplice piacere di vederle soffrire maggiormente.

In caso di resistenza, si passava spesso al cavalletto, uno strumento composto da due assi in legno disposti in modo da formare un angolo acuto. Le inquisite venivano fatte sedere a cavalcioni con dei pesi legati ai piedi, per impedire che si potessero muovere.

Dopo intere giornate di tortura e senza poter dormire, molte delle donne finivano per confessare. Confessione, la loro, che andava retificata de plano, altrimenti non poteva essere considerata valida e si ricorreva nuovamente alla tortura.

La caccia alle streghe in Val Poschiavo non era di certo un’operazione che durava pochi giorni, anzi: poteva continuare per settimane, se non mesi, nel caso si avessero prove schiaccianti (o considerate tali) nei confronti delle imputate.

La bolla del demonio

Uno dei momenti clou del processo era la ricerca della cosiddetta bolla del demonio, ovvero il marchio che si pensava Satana infliggesse alle sue creature.

Gli esperti in materia, molti dei quali arrivavano appositamente dalla Valtellina, esaminavano scrupolosamente il corpo nudo e completamente rasato della donna. Qualsiasi macchia o escrescenza veniva bucata con dei lunghi spilli, per vedere se dai pori usciva sangue. In caso di esito negativo, si constatava ufficialmente che l’imputata era davvero una strega, e non le rimaneva che confessare.

Tra i nomi di questi presunti “dottori” emerge quello de Il Ravetta, un certo Giacomo Rizzo, di Teglio, autore di molte di queste brutalità.

Krizia Ribotta

Giornalista, blogger e autrice con la passione per il cinema, la lettura e i viaggi. Pubblica articoli dal 2010, da quando ha iniziato a scrivere per giornali e blog italiani e americani, con cui continua a collaborare. Autrice di un libro per il sociale, sta per esordire come travel blogger con il suo primo ebook dedicato interamente a consigli, recensioni e confidenze sui viaggi.

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